Ci sono luoghi che custodiscono le storie prima ancora che qualcuno inizi a raccontarle. Palazzo dei Marchesi D’Amico, a Milazzo, è stato uno di questi.
Lo scorso 9 agosto, L’ombra del salice ha raggiunto la Sicilia e le sue pagine sono entrate in uno spazio carico di memoria, dove il tempo sembra aver lasciato traccia di tutte le vite che lo hanno attraversato.
Presentare il romanzo tra le sale di un palazzo storico mi ha fatto riflettere su quanto anche le famiglie siano, in fondo, luoghi della memoria. Custodiscono ciò che viene raccontato, ma soprattutto ciò che rimane taciuto. Conservano affetti, fragilità, ferite e segreti che possono attraversare gli anni e lasciare un’impronta profonda su chi viene dopo.
È proprio da uno di questi silenzi che prende forma la storia di Sofia. Crescere accanto a un padre affetto da disturbo bipolare significa imparare molto presto a convivere con equilibri che possono cambiare improvvisamente. Accanto a lui c’è una madre che dedica sé stessa alla famiglia fino quasi a scomparire e una figlia che cerca, nel tempo, di comprendere la propria storia senza lasciarsi definire dal dolore che ha attraversato.
A Milazzo abbiamo parlato proprio di questo: di ciò che ereditiamo emotivamente dalle nostre famiglie, del peso che possono avere i silenzi e della possibilità, a un certo punto della vita, di guardarli con occhi nuovi.
Perché conoscere le proprie radici non significa necessariamente rimanervi intrappolati. Il salice che dà il titolo al romanzo nasce da questa consapevolezza: avere radici profonde e, allo stesso tempo, imparare a flettersi, trovando una propria direzione anche dopo le tempeste.
Nell’atmosfera raccolta del Palazzo dei Marchesi D’Amico, il dialogo con i lettori ha trasformato ancora una volta la presentazione in qualcosa che andava oltre il libro. Parlare di salute mentale, vulnerabilità e dinamiche familiari significa aprire porte che spesso preferiamo lasciare chiuse. Farlo attraverso la letteratura permette però di avvicinarsi a questi temi con rispetto, riconoscendo nelle storie degli altri qualcosa che, a volte, appartiene anche a noi.
Porto con me Milazzo e l’accoglienza ricevuta in questa prima tappa siciliana, insieme alle parole e agli sguardi di chi ha scelto di condividere con me questo incontro.
Lasciando quelle sale, ho pensato che forse anche noi assomigliamo un po’ ai luoghi antichi: portiamo dentro molte storie, ma possiamo sempre scegliere quali continuare a scrivere.