Ci sono cornici che modificano la consistenza stessa delle parole che pronunci. Lo scorso 27 giugno alle 20:30, l’impatto con la maestosità neoclassica di Villa Caffo Navarrini a Rossano Veneto ha dato a L’ombra del salice una risonanza del tutto nuova. Parlare di fratture interiori, di disturbo bipolare e della faticosa ricerca di un equilibrio familiare all’interno di un luogo dominato dalla simmetria perfetta, dall’eleganza delle colonne e dal respiro senza tempo del suo parco, ha creato un cortocircuito emotivo potente.
In questa serata di inizio estate, l’accoglienza di Rossano Veneto si è spogliata di ogni formalità per trasformarsi in una riflessione profonda e condivisa. Seduta davanti a un pubblico incredibilmente numeroso e attento, ho percepito la scomparsa immediata di quella barriera invisibile che a volte separa chi racconta da chi ascolta. La metafora del salice – l’albero flessibile per eccellenza, capace di assecondare le tempeste dell’esistenza e piegarsi fino a toccare terra senza mai spezzarsi – ha trovato una sintonizzazione immediata con la sensibilità dei presenti. Abbiamo attraversato insieme i passaggi più densi del romanzo, affrontando lo stigma che ancora isola la sofferenza mentale, non con la distanza della cronaca, ma con la vicinanza partecipe di chi riconosce il valore universale della vulnerabilità e del riscatto.
Il momento dei saluti e del firma-copie, prolungatosi mentre l’oscurità avvolgeva la villa, ha regalato quei piccoli miracoli quotidiani che solo la letteratura sa generare. Nelle dediche, nelle confidenze sussurrate a voce bassa e nelle strette di mano sul finale, ho visto il libro iniziare a compiere il suo vero lavoro: accendere luci nelle zone d’ombra, liberare emozioni rimaste taciute per troppo tempo e creare ponti. Lascio Rossano Veneto e la straordinaria suggestione di Villa Caffo con un profondo senso di gratitudine per questo scambio così intimo, certa che la storia di questo romanzo abbia piantato una radice forte anche in questa terra così accogliente.