Entrare nella Torre di Malta significa fare i conti con una gravità che non è solo fisica, ma storica. Lo scorso 19 giugno ho avvertito il contrasto profondo tra la geometria perfetta delle mura di Cittadella – tese a proteggere e separare il dentro dal fuori – e la mappa disordinata, fluida e a tratti dolorosa dei sentimenti umani che muovono le pagine de L’ombra del salice.
La pietra di questa fortezza, che nel Medioevo ha conosciuto il peso della reclusione e della sofferenza, è diventata per un’ora il guscio paradossale in cui dare voce a un’altra forma di isolamento, forse ancora più opprimente: lo stigma sociale e il silenzio che troppo spesso soffocano il disturbo bipolare e i traumi familiari. Se nel romanzo la vita di Sofia si consuma all’interno di una casa-fortezza, dove la fragilità del padre viene custodita come un segreto inaccessibile, l’incontro tra quelle stesse mura millenarie ha ribaltato la prospettiva. Abbiamo trasformato un luogo storicamente di chiusura in una feritoia aperta, capace di far respirare la complessità di una storia vera.
Il pubblico che ha riempito lo spazio della Torre ha teso un filo di attenzione silenziosa e magnetica, accogliendo la metafora del mio salice – quella forza vegetale che impara a piegarsi alle piene dell’esistenza senza mai farsi spezzare – con la stessa solida fermezza di chi è abituato a vivere all’ombra di un’architettura monumentale. Abbiamo esplorato insieme i confini della vulnerabilità, scoprendo che la letteratura non cancella il dolore, ma le permette di perdere quel carattere claustrofobico che fa paura.
Quando l’eco delle ultime parole si è spenta contro i mattoni caldi della sala, ho guardato il panorama oltre i camminamenti, dove la pianura incontrava i primi colori della sera. La sensazione forte è che il viaggio della scrittura trovi il suo vero baricentro proprio qui: quando una storia nata nell’ombra riesce a scalare una torre per guardare il mondo dall’alto, finalmente libera.